Malattie professionali dei minatori

Nel De re metallica, Agricola, orientato dalla sua formazione di medico, si sofferma a lungo sulle malattie dei minatori, osservando attentamente gli effetti che i singoli momenti del processo lavorativo, le condizioni ambientali, la durata di determinate operazioni, potevano provocare sul corpo umano; stabilendo nessi stretti tra tipo di minerale scavato e grado di tossicità e quindi di rischio per l’operatore; elaborando una precisa diagnostica di molte malattie, per le quali suggerisce i rimedi più efficaci. Lo scopo, anche in questo caso, non era filantropico, ma mirava al miglioramento della produttività dell’impresa: operai sani ed efficienti costituivano, infatti, la premessa indispensabile per la buona riuscita dell’attività mineraria.

I “mala metallicorum”, secondo la descrizione di Agricola, colpiscono prevalentemente gli occhi, i “nervi” e i polmoni e dipendono sia dalle condizioni ambientali, sia dal tipo di lavoro svolto. L’acqua fredda che ristagna nei pozzi e nelle gallerie provoca forti dolori alle gambe (malattie reumatiche) che il minatore si trascina fino alla vecchiaia. Un rimedio preventivo può allora essere quello di proteggersi con stivali molto alti di cuoio “grasso e crudo”.
Nelle gallerie prive di acqua e molto secche sono invece in agguato altri tipi di mali: la secchezza della roccia e dell’aria favorisce, infatti, una forte concentrazione di polveri che penetrano nei polmoni causando difficoltà respiratorie e dando origine a piaghe, se il materiale scavato è particolarmente corrosivo. In questo caso è utile che gli operai si muniscano, oltre che di stivali, anche di lunghi guanti e di maschere per riparare il volto.
Un altro pericolo è rappresentato dalle esalazioni venefiche provocate dalla polvere residuo della combustione o dalla presenza di gas tossici.
A questo si aggiungono le deformazioni dovute alla necessità di mantenere troppo a lungo la stessa posizione, le menomazioni provocate dai frequenti incidenti, i morsi degli animali pericolosi presenti nel sottosuolo.

M.P. Zanoboni

Gli infortuni sul lavoro

Soprattutto nell’edilizia gli infortuni dovevano costituire una realtà tutt’altro che rara: le testimonianze non sono frequenti ma esistono. Al di là degli eventi di per sé stessi, appare rilevante il fatto che talvolta alle vittime di incidenti sul lavoro fosse corrisposto un indennizzo. Così, ad esempio, avvenne a Siena nel 1340, quando un maestro che lavorava all’acquedotto ricevette un risarcimento di una lira per essere stato colpito da un oggetto pesante; ancora a Siena, nel 1341, un altro operaio dell’acquedotto che era caduto da una certa altezza ottenne come indennizzo la paga di 3 giorni.

Cantiere della Certosa di PaviaLa stessa regola vigeva alla fine del XIV secolo nel cantiere del Duomo di Milano, nella cui contabilità sono menzionati numerosi risarcimenti parziali versati alle vittime di infortuni. Ma in questo caso le somme corrisposte dagli amministratori della Fabbrica non dovevano essere adeguate al danno subito e alla frequenza delle disgrazie se nel 1393 i lavoratori misero in atto una protesta proprio contro il ripetersi degli incidenti. Per porre fine alla manifestazione il Consiglio di Fabbrica dovette minacciare di licenziamento coloro che protestavano e gli scioperanti. Ancora peggiore la condizione degli operai della già ricordata cava di Candoglia, dove i cavapietre, sospesi alla rupe con corde di canapa e protetti dal sole da ripari di tela, attaccavano il marmo con picconi e cunei poco resistenti, già stremati dalla fatica sostenuta per raggiungere il posto di lavoro. I frequenti rischi di crollo provocavano fughe e panico tra gli operai. Per cercare di ovviare almeno parzialmente a tale situazione il Consiglio di Fabbrica (la cui preoccupazione principale era il rendimento) fece costruire alcune baracche in prossimità dei luoghi di taglio, in modo da evitare ai cavapietre gli spostamenti tra il luogo di abitazione e quello di lavoro, riducendo inoltre le perdite di tempo.

La pratica del risarcimento per le vittime di incidenti durante il lavoro è documentata anche a Firenze, almeno nel cantiere della cattedrale, dove nel 1362 e nel 1365 vennero corrisposti alcuni indennizzi ad operai che si erano infortunati. Probabilmente, però, non vigeva la stessa consuetudine nei cantieri privati: durante la costruzione di palazzo Strozzi venne decurtato lo stipendio ad un fabbro che era stato malato per pochi giorni.

Per alleviare i rischi del lavoro edile la corporazione dei maestri muratori fiorentini tentò a più riprese di far costruire un ospedale con lo scopo precipuo di soccorrere le vittime degli infortuni.
Non di rado l’esito di una caduta poteva rivelarsi fatale.
Drammatica la testimonianza di un incidente verificatosi, nel 1496, nel cantiere fiorentino di Santo Spirito: un manovale cadde dalla gru e morì; il capo-scalpellino, raccogliendo i poveri oggetti dell’operaio per restituirli alla vedova, trovò un mazzuolo, un contenitore per la carne e una bottiglia (segno che il disgraziato portava con sé il pranzo e lo strumento di lavoro), ed un borsellino contenente una somma considerevole per un manovale: evidentemente i risparmi di tutta la vita.
Un’altra testimonianza drammatica riguarda un muratore di palazzo Strozzi, colpito da un fulmine mentre, durante una bufera, si arrampicava sul tetto dell’edificio per controllare alcune fessure.

I pericoli del mestiere, fatti soprattutto di rovinose cadute, ma anche, a volte, di brutte ferite, vengono enumerati in un documento eccezionale: il diario di un muratore bolognese vissuto fra il 1418 e il 1504, che, narrando le vicende della propria lunga esistenza, si soffermò anche sui numerosi incidenti occorsigli, l’ultimo dei quali a 79 anni, età in cui evidentemente lavorava ancora. Ciascun infortunio lo aveva immobilizzato per periodi che andavano dalle 3 settimane ai 2 mesi, con spese mediche che potevano raggiungere anche gli 8 ducati (somma equivalente a circa 6 mesi di stipendio).

Risarcimenti alle vittime di infortuni sul lavoro erano previsti anche nei grandi cantieri navali come l’Arsenale di Venezia, dove, all’inizio del ‘500, fu persino assicurata una pensione alla vedova di un giovane carpentiere morto tentando di spegnere l’incendio del Fondaco dei Tedeschi. Il sussidio erogato alla donna, in attesa di un bambino e priva di altre risorse, equivaleva allo stipendio percepito dal marito. Se il nascituro fosse stato un maschio, gli veniva assicurato un posto all’Arsenale con lo stesso compenso.

Ancora più gravi le disgrazie che potevano verificarsi nelle miniere, dove frane, smottamenti e crolli dovuti alla scarsa solidità delle impalcature di sostegno dei pozzi e delle gallerie (o a scavi indiscriminati che rendevano instabile la struttura stessa di una montagna), incendi od esplosioni potevano condurre, allora come oggi, alla morte di decine di persone.
Sebbene parte degli infortuni fosse da imputare alla stanchezza e all’imprudenza di coloro che ne rimanevano vittime – sottolineava il medico e trattatista cinquecentesco Giorgio Agricola – molti erano causati anche dalla negligenza dei soprastanti: si potevano perciò prevenire controllando rigorosamente la solidità delle scale utilizzate dai minatori, ricoprendo con solidi tavolati le pozze d’acqua e provvedendo a controllare periodicamente la solidità delle impalcature.

M.P. Zanoboni