Durata della giornata lavorativa

Nel Trecento e nel Quattrocento una precisa regolamentazione della giornata lavorativa era comune a molti settori produttivi, non solo in Italia ma nei principali centri “industriali” europei.

Se i primi orologi pubblici, con la corrispondente suddivisione della giornata in 24 ore, comparvero nelle maggiori città d’Europa verso la metà del Trecento (a Firenze nel 1353), sostituendosi gradualmente ma rapidamente alla misura del tempo ecclesiastica, scandita dal suono delle campane, già nei primi anni del XIV secolo la particolare sensibilità mercantile per questo argomento aveva portato all’emanazione da parte della corporazione degli imprenditori lanieri fiorentini di una legislazione precisa in materia, contenuta negli statuti dell’arte risalenti al 1317/19. Con tale normativa venivano fissati i giorni festivi, le vigilie, la durata della settimana lavorativa, e soprattutto i ritmi della giornata, sottoposta ad una rigida regolamentazione tesa ad eliminare i comportamenti in contrasto con la morale produttiva. Tra novembre e marzo i lavoranti avevano il diritto di uscire dalla bottega una sola volta al giorno per mangiare, e terminato il pranzo dovevano tornare immediatamente al lavoro; tra marzo e novembre erano autorizzati invece a due pause. La giornata lavorativa doveva iniziare con la massima puntualità al momento del suono della campana della corporazione (che aveva fatto costruire un orologio a proprie spese trent’anni prima di quello comunale); i ritardatari non sarebbero stati ammessi al lavoro per 1/3 della giornata, perdendo la corrispondente remunerazione; coloro che fossero rientrati in ritardo dal pranzo sarebbero rimasti senza lavoro e senza compenso per il resto della giornata. Per i ritardi erano previste anche severe ammende del cui importo i sorveglianti avrebbero percepito la metà.

Sottraendo alla Chiesa la facoltà di misurare il tempo, la corporazione laniera fiorentina diveniva così in grado di gestire i ritmi della produzione, disciplinando gli operai, esercitando su di loro uno stretto controllo, e determinando con precisione l’orario ed il salario degli assunti a giornata. Ore di lavoro notturno, con un compenso accessorio supplementare, potevano prolungare la fatica quotidiana.

A partire dal secolo XIV gli orologi sovrintendevano ai tempi della produzione anche nei cantieri, calcolando con precisione persino le frazioni orarie: nel 1392 la cava di Candoglia da cui arrivava il marmo destinato al Duomo di Milano, già provvista di un segnatempo in grado di calcolare le mezz’ore, si dotò di un piccolo orologio diviso in 24 ore.
Nella Firenze del Quattrocento parecchi cantieri erano dotati di orologi: la manutenzione di quello di Santo Spirito veniva effettuata dallo stesso impiegato preposto alla registrazione della manodopera, che percepiva per l’incombenza un’indennità straordinaria semestrale.

Alla questione di una definizione precisa della giornata lavorativa erano particolarmente interessati gli architetti. Filippo Brunelleschi, direttore del cantiere di Santa Maria Novella, ritenendo che l’intervallo del pranzo costituisse un’interruzione troppo lunga, fece aprire uno spaccio alimentare all’interno del cantiere stesso, in modo da incrementare il ritmo della costruzione evitando le perdite di tempo di coloro che non portavano con sé il pasto. Particolarmente liberale invece la linea di condotta proposta dal Filarete, forse maturata grazie alla personale esperienza di capomastro edile: una giornata lavorativa di 8-9 ore, comprensive di un’ora di sosta per il pranzo e di mezz’ora per la pausa di metà pomeriggio.

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