Recensioni

Ritorno dal Medio Evo

Una medievalista milanese fa il punto su salari, lavoro nero, corporazioni, scioperi e contratto collettivo. Di attualità già mille anni fa.

Scioperi, lavoro nero, precariato, formazione, apprendistato rappresentano altrettante facce del mercato del lavoro che influenzano la struttura sociale e il benessere delle comunità,  in Italia e all’estero. Temi attualissimi. Ebbene: non si tratta di novità entrate nella storia – come si potrebbe supporre – dopo la Rivoluzione industriale. Le loro radici sono molto più antiche, tanto che nel Medio Evo ci sono esempi di istituti, prassi e comportamenti pressoché analoghi a quelli di oggi. La storia si ripete. È proprio una medievalista milanese, Maria Paola Zanoboni, specializzata sull’economia dei secoli bui, a permettere questa scoperta attraverso il suo studio Il lavoro salariato, pubblicato da Nuovecarte.

Il lavoro dipendente – o salariato – è ancora più antico: se ne ha menzione già nel Vangelo di San Matteo, nella parabola del vignaiolo che assumeva il personale a giornata. I salariati del Medio Evo sono poco considerati dalla società e i cronisti fiorentini del Trecento li reputano un elemento di perturbazione dell’ordine pubblico, per la loro propensione alle rivolte. Celebre il tumulto dei Ciompi del 1378, che sconvolse Firenze: i lavoratori della lana – i ciompi appunto – si ribellarono al fatto di non avere alcun peso sulla politica della città. Vinsero, e comandarono per quattro anni.
I salariati erano spesso al di fuori delle Corporazioni e non avevano alcuna protezione: oggi lo si chiama lavoro nero. Gli uomini subivano persino la concorrenza del lavoro femminile, specie nella filatura della seta, dove le donne erano protette dai mercanti. L’avvio a un mestiere – lavoratori del legno, ferro, tessuti, botteghe degli artisti – fino al Duecento era sostenuto dalle famiglie, che pagavano per ottenere che il figlio frequentasse come apprendista i laboratori dove imparare. Dopo il Duecento invece l’apprendista diventa dipendente e viene salariato perché le sue braccia servono ma cambia il rapporto anche in senso formativo, perché gli vengono insegnate solo alcune fasi del lavoro, non l’intero ciclo, allo scopo di impedire che egli possa mettersi in proprio. I salari furono bassi fino alla metà del Trecento, poi schizzarono all’insù, perché la peste che colpì l’Europa nel 1348 fece a tal punto diminuire la popolazione da far diventare l’operaio una merce rara.
Il primo sciopero di cui si ha notizia venne organizzato nel XIII secolo nelle Fiandre, dove si erano concentrate le prime grandi industrie laniere dell’epoca. I lavoratori lamentavano di essere sottopagati e si astennero dal lavoro per ottenere aumenti salariali. I contrasti furono feroci: un funzionario pubblico dell’epoca definì lo sciopero come un gesto “contrario al bene comune”. Vennero deplorati i lavoratori in sciopero, ma furono stabiliti per la prima volta tariffari salariali minimi. Nacque allora, in parole odierne, il contratto collettivo di lavoro. Le associazioni nelle quali gli operai si riunivano fin dal Duecento progressivamente si evolsero in Corporazioni, che tuttavia avevano una predominanza imprenditoriale.
Non è vero – segnala la Zanoboni – che le giornate lavorative gravassero sugli occupati con un peso orario eccessivo: in Francia, nel Trecento, ad Auxerre e a Sens, i proprietari terrieri lamentavano che i propri dipendenti lavorassero solo otto ore, per ritagliarsi il tempo di accudire anche alle proprie terre. Anche gli infortuni sul lavoro avevano già, nel Medio Evo, una loro disciplina. Chi lavorava a Siena nei cantieri pubblici veniva risarcito, cosa non obbligatoria nei cantieri privati. Si ricorda che nel cantiere del Duomo di Milano e nelle cave di Candoglia ci furono accese proteste proprio contro le condizioni di vita insalubri e troppo faticose e contro il ripetersi di incidenti: oggi questo tema si chiama sicurezza. E indennizzi erano previsti anche per le vedove di chi, sul posto di lavoro, avesse perso la vita.

Paolo Stefanato

da “Espansione” – Luglio 2009

***********************

Il mondo dei più umili

Uno studio sul lavoro salariato in età medievale rivela le complesse dinamiche che portarono alla stipula dei primi contratti di lavoro

In un periodo di grandi mutamenti socio-economici caratterizzato da un alto tasso di disoccupazione, dall’affermazione del precariato e da forze di lavoro “esterne”, può essere illuminante leggere l’interessante libro di Maria Paola Zanoboni sulla storia dei salariati nel Medioevo.
Zanoboni torna su un argomento che, a partire dagli anni Sessanta, ha appassionato molti storici; particolare, infatti, è stata, fino a un trentennio fa, I’attenzione rivolta al mondo dei più “umili”, degli artigiani e dei “salariati”, per meglio comprendere la società medievale e gli strati sociali che la componevano. Il lavoro salariato era già diffuso a partire dal Duecento e si andò rafforzando – nel corso del XIV secolo – nei grandi complessi produttivi, cantieri e aziende laniere, ma anche nelle botteghe artigiane fino a investire l’ambito della formazione professionale. L’opera offre una sintesi sul mondo dei salariati, esaminando una quantità vastissima di fonti e di ricerche storiografiche: la lettura fornisce informazioni sul tipo di ingaggio, sul lavoro salariato e su quello a cottimo, diffuso nelle imprese edilizie.
Significativa (e questo emerge dai libri contabili dell’epoca) è poi, la personalizzazione dei salari, più o meno alti, a seconda delle capacità individuali, e il tempo di durata della giornata di lavoro. La corporazione dei lanieri fiorentini, per esempio, aveva una legislazione in merito all’orario. Tra il 1317e il 1319 gli statuti dell’arte dei lanieri riportano delle norme riguardo i giorni festivi, la durata della settimana lavorativa, le pause pranzo e i turni notturni, retribuiti a parte. A scandire il tempo di lavoro, oltre alle norme, erano gli orologi pubblici che nel corso del XIV secolo sostituirono le campane delle chiese.
Non mancavano forme di ribellione e scioperi motivati dallo scontento per la durata della giornata di lavoro e per le retribuzioni salariali.

I lanieri in rivolta
Frequenti furono, per esempio, gli scioperi – nel corso del Trecento – nelle drapperie fiamminghe che talvolta sfociarono in episodi violenti. Celebre nel nostro Paese fu, come ricorda l’autrice, il “tumulto dei Ciompi (così erano chiamali i lavoratori della lana)”, scoppiato a Firenze il 22 Giugno del 1378 con cui i salariati dell’Arte della lana (ben 13.000 persone su 55.000 abitanti) alleati con altre Corporazioni minori ottennero il governo della città per alcune settimane.
Altro tema affrontato dal volume di Maria Paola Zanoboni, ancora attualissimo, è quello degli infortuni sul lavoro. Dai pochi documenti che esistono sull’argomento si deduce che i lavoratori infortunati potevano ricevere un indennizzo; nella contabilità del cantiere del Duomo di Milano (XV secolo) sono menzionali numerosi risarcimenti alle vittime di infortuni. Altri documenti testimoniano, inoltre, scioperi e proteste per la sicurezza sul lavoro.
Una parte cospicua del libro è dedicata agli ambiti di diffusione del lavoro salariato: nella metallurgia, nelle zecche, nelle manifatture, nelle fornaci, nell’edilizia, negli arsenali, nelle cartiere, nelle tintorie e concerie, negli enti religiosi e assistenziali, nelle corti…
Il lavoro salariato ha, dunque, come emerge dalla lettura di quest’opera una storia lunghissima che risale all’epoca preindustriale e, nei secoli, si è andato via via regolamentando, diventando la forza motrice di importanti movimenti del Novecento.
Oggi la mobilità della forza lavoro internazionale impone altre regole ancora: il lavoro salariato, unico “reddito di cittadinanza” rischia infatti per gli stranieri di diventare ancora una volta una forma di schiavitù (senza salario niente permesso di soggiorno), dalla quale sarebbe auspicabile fuggire per riformulare una nuova costituzione del lavoro e di cooperazione sociale.

Lorella Cecilia

da “Medioevo” – Ottobre 2009