Le miniere

Le miniere costituivano sempre ed ovunque un microcosmo in grado di modificare sensibilmente le strutture dell’insediamento abitativo e del paesaggio: con la scoperta di un giacimento sorgevano, infatti, immediatamente le case dei lavoratori, i recinti per gli animali da soma e i magazzini per lo stoccaggio, ma anche le taverne, insostituibili punti di aggregazione sociale e luoghi di scambio economico.

L’impatto propriamente ambientale era notevole data la necessità di sfruttare intensivamente i corsi d’acqua per il trasporto dei materiali, di costruire nuove strade e ponti, e soprattutto fornaci e magli idraulici destinati ad una prima lavorazione del metallo, con conseguenze ecologiche devastanti: disboscamento, inquinamento delle acque, impoverimento della fauna ittica.

miniera, disegno di Heinrich Gross, 1529Spesso i minatori, soprattutto se stranieri, portavano con sé la famiglia, facendo lavorare anche le donne e i ragazzi con funzioni ausiliarie.
La manodopera specializzata, che veniva chiamata al momento della scoperta di un filone, chiedeva in genere compensi molto elevati. Completamente diversa si presentava invece la situazione della manodopera non qualificata: si trattava molto spesso di contadini che interrompevano il lavoro dei campi nel periodo invernale per dedicarsi all’attività mineraria.

Ed è proprio contro l’utilizzazione di questa manodopera non qualificata che si rivolge il principale trattato sull’organizzazione del lavoro in miniera: il De re metallica di Giorgio Agricola (1494-1555), pubblicato nel 1556 con lo scopo di fornire un quadro dell’attività particolareggiato e basato su dati empirici cui l’imprenditore potesse far riferimento per ottimizzare la produzione. In tale contesto una solida organizzazione del lavoro, basata su una specializzazione notevole anche ai livelli più bassi, rappresentava l’irrinunciabile presupposto per ottenere un maggiore profitto. Il modello protoindustriale non era dunque applicabile, secondo Agricola (che aveva davanti agli occhi lo schema organizzativo delle miniere tedesche), al contesto minerario-metallurgico, perché il contadino che si improvvisava minatore, se poteva costituire un risparmio netto in termini di salario nel breve periodo, si rivelava in realtà spesso una perdita notevole quando il suo lavoro dequalificato incideva negativamente in fasi tecnologicamente delicate. Le idee di Agricola erano comunemente diffuse tra i tecnici tedeschi chiamati in Italia per risollevare le sorti di miniere in deficit: il maestro di Norimberga interpellato da Cosimo de’ Medici nel 1545 si pronunciò affermando che il problema di alcuni tra i principali giacimenti toscani non stava nell’esaurimento della vena, ma nei “troppi salari”, che, pur rappresentando un compenso basso unitariamente, pagati a personale non qualificato aumentavano eccessivamente i costi di produzione.

La maggiore specializzazione presupponeva – sempre secondo il modello di Agricola – l’erogazione di salari più alti (anche il doppio rispetto a quelli dei contadini-minatori), da concedere sia ai maestri, sia ai “poveri lavoranti”, purché dimostrassero una produttività superiore alla media.
Qualificazione, ma anche un’accurata gestione della manodopera specializzata, costituivano dunque, secondo gli esperti tedeschi, i cardini per una proficua amministrazione delle miniere. Questo si risolveva in un preciso controllo dell’intensità e della durata del lavoro: una giornata lavorativa suddivisa in 3 turni di 7 ore ciascuno.

Accanto ai tecnici specializzati, la maggioranza dei lavoratori delle miniere era costituita da una massa indifferenziata di salariati giornalieri. Una manodopera difficile da disciplinare, pagata irregolarmente e male, costretta spesso a rimanere sul fondo della miniera anche durante le pause dal lavoro, cioè fino a 10 ore al giorno: tutti fattori che rendevano frequenti, e spesso anche cruenti, i tentativi per abbreviare la giornata lavorativa, in modo da potersi dedicare ad altre attività che integrassero le magre retribuzioni.

Tra questi salariati non qualificati c’erano anche i bambini che, sul fondo del pozzo, riempivano di minerale i contenitori sollevati poi dagli argani in superficie; o che, insieme alle donne (questa volta fuori dalla miniera), separavano il minerale frantumato dai residui di roccia, setacciandolo poi col vaglio; o che, infine, venivano preposti al lavaggio dei frammenti di materiale.

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